03/05/2008
Guarda che combinazione...

Proprio nei giorni in cui è stato pubblicato il rapporto del Ministero dell'interno sull'immigrazione, Gian Antonio Stella polemizza, su "Magazine" del Corriere della sera,con Ida Magli, la quale, in un articolo dai toni "fallaciani" apparso su Il Giornale, accenna, fra l'altro, "agli effluvi di aglio provenienti dalle cucine musulmane". Stella ricorda che assolutamente identica fu l'affermazione recata dal "San Francisco Chronicle" del 6 luglio 1902 a proposito degli immigrati italiani.

Stella è divenuto assai noto per il libro sulla "casta", che, a mio giudizio, merita meno attenzione di un altro suo: "L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi". Il sottotitolo dice già tutto. Il libro raccoglie, infatti, la storia di decenni di ingiurie, violenze e pregiudizi di cui sono stati oggetto gli emigranti italiani ovunque nel mondo. E che si rivelano (non sorprendentemente) uguali alle ingiurie e ai pregiudizi di cui oggi, da noi, con l'arroganza di chi finalmente trova qualcuno più pezzente che gli consente di sentirsi superiore, si coprono gli immigrati.

Si può così scoprire che, nel 1925, in Australia si temeva che gli "stranieri" (italiani non esclusi, ovviamente) fossero "incapaci di sentire le [...] tradizioni" locali e "di rispettare la [...] bandiera" (p. 49 della edizione 2002).

Che, nel 1898, la Svizzera decideva di separare gli italiani, "ritenuti molesti", dagli altri passeggeri nelle sale di aspetto delle stazioni (p. 83).

Che, come ricordava nel 1964 l'emigrato veneto Tarcisio Carlet, gli svizzeri non affittavano camere agli italiani,ma "cantine, pollai e stamberghe per gli attrezzi" (p. 86).

Che, a proposito di certe signore, una rivista del 1902 riportava che, dal Congresso internazionale contro la tratta delle bianche, sembrava "venuta fuori la statistica che assegna all'Italia il primato vergognoso" (p. 93).

Che un criminologo argentino, tal professor Moyano Gacitùa dell'Università di Cordoba, scriveva: "La scienza insegna che insieme col carattere intarprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c'è il residuo della sua alta criminalità di sangue" (p. 121). D'altronde, lo stesso Stella, a proposito della ripetuta affermazione che "noi italiani emigravamo per lavorare e non facevamo i delinquenti", ricorda i prestigiosi nomi d'arte di Al Capone, Joe Adonis, Lucky Luciano, Frank Costello, Vito Genovese, Albert Anastasia... Altro che lavavetri... E cita altresì un articolo pubblicato su "La riforma sociale" del 1899, secondo cui era diffusa in Svizzera la convinzione che "gli italiani siano un popolo delinquente per eccellenza" (p. 200). Tanto che, quattro anni dopo, sul Bollettino della emigrazione edito dal nostro Ministero degli esteri, il De Michelis scriveva che "i giornali, appena viene commesso un delitto, un furto, un'azione riprovevole, cercano l'italiano" (ibidem).

SI scoprirebbe, ancora, leggendo il bel libro di Stella, che il quotidiano francese "Le Jour", nel 1893, battezzava l'operaio italiano "merce nociva e peraltro adulterata" (p. 154); "merce": la stessa espressione usata, al tempo della discussione della vigente legge in materia di immigrazione, dall'on. Bossi. A volte ritornano?

Si scoprirebbe che nel 1905, a dispetto delle statistiche ufficiali, in Germania, secondo rapporti dei consoli italiani, tre quarti degli emigrati erano tecnicamente clandestini, entrati via Francia, Svizzera e Austria (pp. 177-178).

Il libro di Stella pubblica anche una serie di vignette anti-italiane, fra cui spicca una pubblicata su "Judge" del 1903, che raffigura i nostri nonni in aspetto di topi che sbarcano clandestinamente dalla stiva di una nave, portando le infezioni della mafia e dell'anarchia...

E, a corredo, una antologia di giornali e riviste nelle quali gli italiani venivano gratificati di "rifiuti", "pigri", "mendicanti", usi a "una promiscuità ripugnante", "la popolazione più sozza", "spioni e vigliacchi", "immorali", parassiti, "indesiderabili", animalmente stupidi...

Forse, anziché dedicarsi a produrre uno sceneggiato su Alberto da Giussano ad maiorem gloriam Bossi (a quando Pietro Micca?), il servizo pubblico televisivo potrebbe ricordare adeguatamente quando gli albanesi (e i marocchini e i romeni e...) eravamo noi.

 

 

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