Molti conoscono questo verso della celebre canzone del 1911, pochi, credo, gli altri, fra i quali: "Sul mar che ci lega con l'Africa d'or, la stella d'Italia ci addita un tesor!". Che sarebbe, appunto, la succitata Tripoli.
Ora, cent'anni dopo, pare che il tesoro ci sia ancora. Sotto altra forma, ma ancora lì.
Qualche giorno fa, in occasione della discussione parlamentare su mozioni in tema di cooperazione con la Libia, ha suscitato vivo sdegno e determinata opposizione, da parte dei deputati del centro-destra, un emendamento, presentato da un deputato radicale, che chiedeva di vincolare il Governo al seguente impegno: sollecitare con forza il governo libico a ratificare la convenzione ONU sui rifugiati e, conseguentemente, riaprire l'ufficio dell'Alto commissariato a Tripoli, "quale premessa" per l'applicazione del recente trattato con il quale l'Italia ha, fra l'altro, a suon di miliardi, delegato il generale Gheddafi a impedire che i dannati della terra arrivino sulle nostre amate sponde.
Nulla di male, se non fosse che la Libia non fa distinzioni fra migranti (che possono essere respinti) e richiedenti asilo e protezione umanitaria (che non possono essere respinti) e non le fa perché non ha mai ratificato la convenzione internazionale sui rifugiati (che l'Italia, naturalmente, da Paese democratico e civile, ratificato) e ha chiuso l'ufficio ONU che, dal punto di vista libico, era abusivo...
Se ne deduce, quindi, che il trattato con la Libia si fonda, consapevolmente, sulla premessa che la Libia "non" rispetti le convenzioni in materia di tutela dei diritti umani fondamentali, tanto che, a detta degli esponenti del centro-destra, quell'emendamento, ove approvato (così come poi è stato), avrebbe vanificato il trattato con la Libia.
Insomma: il lavoro sporco lo dovrà pur fare qualcuno, no? "Sai dove s'annida più florido il suol? Sai dove sorride più magico il sol? Sul mar che ci lega con l'Africa d'or, la stella d'Italia ci addita un tesor..."