12/11/2010
Che cos'č il "berlusconismo"?

Il tempo trascorso dalla “discesa in campo”  di Silvio Berlusconi ad oggi, oltre 16 anni di cui 8 di Governo, e la parabola discendente, che sembra ormai seguire, consentono di tentare un profilo di quel fenomeno che è chiamato “berlusconismo”, ma che non è stato finora chiaramente definito.

Che cos'è il "berlusconismo"? Propongo di definirlo una combinazione di "mediacrazia" (cioè, un uso smodato dei mezzi di comunicazione di massa a fini di propaganda) e di "democratura", per dirla con Predrag Matvejevic (cioè, un regime politico in cui si è investiti delle funzioni di governo come nelle democrazie, ma le si esercita come nelle dittature).

 Quali sono gli elementi che concorrono a identificarlo?

 

1.     La insistita e populistica rivendicazione della estraneità al ceto politico. Il leader sorge dalla società civile per mettere al servizio dei suoi concittadini le qualità messe in mostra nella sua vita professionale e che sarebbero la garanzia della sua capacità di leadership, in base all’equivalenza (fuorviante): lo Stato è come un’azienda. La vita privata, dunque, viene usata (impropriamente) per sostenere la promessa legata alla vita pubblica, ciò che produce un corto circuito fra le due sfere, nel senso che si determina

2.     La confusione fra la sfera pubblica e quella privata. Tutto si mescola: la credibilità del leader è data al principio e per definizione dalla sua vita privata e i suoi interessi privati sono conseguentemente trattati come interessi pubblici (le leggi “ad personam”). Anche le funzioni istituzionali si svolgono promiscuamente fra sedi pubbliche e residenze private e i rapporti politici (anche internazionali) sono gestiti a cavallo fra istituzionalità e dimensione amichevole. In definitiva, si produce in ciò la lesione e l’erosione del principio repubblicano, come alterità fra la sfera pubblica e quella personale.

3.     L’uso parossistico della presenza sui media e della comunicazione diretta con i cittadini (non della corretta informazione ai cittadini). Il leader usa le risorse comunicative per scavalcare ogni mediazione istituzionale, minaccia una continua “provocatio ad populum”, semplifica ogni tema politico e riduce la risposta a ricette semplici, di facile presa collettiva (il “milione di posti di lavoro”, la riduzione delle tasse al 33%, ecc.) e, per ciò, impraticabili, e rilancia altrettanto continuamente la posta, spostando la soluzione e incolpando i “professionisti della politica”, il Parlamento dei “fannulloni”, l’inefficienza della burocrazia, i “poteri forti”, ecc. La comunicazione è poi caratterizzata dall’assecondare gli orientamenti contingenti della maggioranza dei cittadini: dalla giustificazione dell’evasione fiscale all’intervento sulla vicenda Englaro, dal condono edilizio al “piano casa” per aggiungere una camera con bagno per il figlio che si sposa,  le sue esternazioni e iniziative vanno dove vanno gli umori prevalenti. Parafrasando l’Umberto Eco della “fenomenologia di Mike Bongiorno”, Berlusconi “dignifica di autorità nazionale i limiti degli italiani”.

4.     La concezione cesaristica delle istituzioni. Il Governo e il partito sono mere cinghie di trasmissione della volontà del leader (Berlusconi indica spesso i ministri con le parole: “i miei collaboratori”) e come macchina elettorale; ogni potere di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, giudici, stampa) è vissuto con insofferenza e oggetto di delegittimazione. La concezione sottesa è che il leader vince le elezioni e per cinque anni non deve essere “disturbato” da nessuno. Perciò, il consenso, il “mandato a governare” è contrapposto alla “legalità”, abbassata a vuoto formalismo che intralcia chi è sostanzialmente legittimato a governare o a strumento pretestuoso delle opposizioni e viene invocata l’assoluta immunità del leader. E ogni dissenso di partito è “scomunicato” ed espunto: il partito è “monarchico” e “anarchico”, cioè chiunque può dire ciò che vuole (ma solo dirlo), perché è irrilevante di fronte al “monarca”, che è l’unico a decidere. In sostanza, una concezione tecnicamente “illiberale”, nel senso del rifiuto di ogni limite al potere o suddivisione dello stesso, ma anche anti-democratica, in quanto riduttiva della partecipazione popolare al solo momento dell’investitura del leader.

In questo senso, riassuntivo della sua concezione istituzionale è il discorso tenuto a Jaroslav il 10 settembre 2010, nel quale ha dichiarato che in Italia i «governi sono fragili» anche a causa di un'architettura costituzionale che fa sì che «l'esecutivo deve far passare tutta la sua attività all'approvazione delle Camere» e che «i padri costituenti erano molto preoccupati» di un ritorno al regime fascista e ripartirono il potere tra le assemblee parlamentari, il Capo dello Stato e la Corte costituzionale. In quel discorso, Berlusconi ha individuato un altro “problema” nel fatto che la magistratura ha “un potere senza limiti” perché è indipendente da ogni altro potere dello Stato, pur non essendo essa un potere dello Stato, ma solo “un ordine”.

5.     La affermazione di un “doppio ordinamento”, l’uno ordinario, l’altro “in deroga” quando si ritiene che vi siano obiettivi da raggiungere prioritariamente e urgentemente. Così, invece di procedere a politiche amministrative di effettiva semplificazione ed efficienza della PA, si ricorre ad una legislazione “d’eccezione”: dall’uso massiccio dei poteri emergenziali della Protezione civile alla “legge obiettivo”, dalla norma speciale per bloccare i ricorsi avverso le aggiudicazioni di opere definite “strategiche” alla politica dei commissari straordinari (rifiuti, reti di energia, ponte sullo Stretto, ecc.). Insomma, “quod principi placuit, legis habet vigorem”.

 

        Ciò che chi scrive azzarda, è che un assetto così eccezionale del potere pubblico, unico nel panorama delle democrazie "occidentali", e così pericoloso per un Paese che ha mostrato più di una volta una disastrosa inclinazione per gli "uomini della Provvidenza", possa durare solo fin quando durerà il suo inventore e interprete. Meno di un ventennio, si spera.

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