09/10/2009
Era gią tutto previsto (R. Cocciante)

Le ultime settimane hanno confermato quanto si era scritto finora sulla politica italiana ed era, purtroppo, previsto, con tratti che si ripetono, accentuando l'evidenza delle tendenze di fondo, tratti di un incipiente regime non liberaldemocratico:

1. la fabbrica del consenso (o della percezione). Le statistiche criminali registrano un calo dell'8% dei reati commessi nel 2008 rispetto all'anno precedente (una diminuzione iniziata peraltro già nel primo semestre dell'anno, cioè prima della nomina del Governo oggi in carica). Ebbene, secondo l'Osservatorio mediologico di Pavia, nei TG le cronache dedicate a fatti criminosi diminuiscono del 50%;

2. la confusione fra sfera pubblica e privata, come è testimoniato sia dalle leggi ad personam, che dalle reazioni (in taluni casi abnormi) non soltanto alla sentenza della Corte costituzionale sulla legge cosiddetta Alfano, che ha riaperto la strada a ben tre procedimenti penali a carico del Presidente del Consiglio, ma anche alla sentenza del Tribunale civile di Milano, che ha condannato le imprese del Presidente del Consiglio a risarcire il danno derivato a De Benedetti dall'illegale acquisizione della Mondadori (si ricorda, ottenuta grazie alla corruzione di un giudice). La risorsa pubblica, politica, istituzionale viene dal Presidente del Consiglio usata senza remore per sostenere le sue ragioni e i suoi intreressi privati, anche solo economici;

3. l'insofferenza verso i poteri di garanzia (espressione chiarissima di spirito illiberale, posto che il liberalismo altro non è, se non la dottrina e la prassi della limitazione del potere). Basta leggere i quotidiani di questi ultimi giorni per avere una antologia di aggressioni verbali da parte del Presidente del Consiglio, che si è conclusa con la frase: "adesso è il momento di riforme radicali della giustizia"; così come, ad esito della vicenda relativa ad Eluana Englaro, quando il Capo dello Stato aveva avvisato che non avrebbe emanato un decreto legge in materia, affermò che allora avrebbe cambiato la Costituzione. Nel corso dell'ultimo anno e mezzo è toccato a tutti: Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, Cassazione, giudici civili (e, ovviamente, penali), perfino al TAR del Lazio. A proposito della sentenza pronunciata da questo tribunale sulle graduatorie dei precari, il Ministro della pubblica istruzione ha detto (Corriere della Sera, 11 ottobre) che questa sentenza è "l'ennesima dimostrazione che troppo spesso la magistratura si trasforma in un ostacolo al cambiamento e alle riforme", con un significativo scambio concettuale e semantico fra "ostacolo" e "limite": la magistratura costituisce, applicando la legge, un limite al potere politico, non un ostacolo. Ma, evidentemente, si va affermando un'ideologia che vede un ostacolo nel limite, principio fondativo degli ordinamenti liberali. Si è arrivati persino a una lettera di reclamo dell'ambasciatore italiano a Londra, inviata al Times, reo di aver affermato che il Presidente del Consiglio si sarebbe dovuto dimettere...

4. la contrapposizione fra consenso popolare e legalità, per cui chi governa è sottatto alle regole comuni, è sciolto dall'obbedienza alle leggi, fino ad arrivare al punto di plasmare una sentenza alle esigenze politiche: il Capo dello Stato, ha detto il Presidente del Consiglio, avrebbe dovuto intervenire sui giudici della Consulta, garantendo un esito favorevole della sentenza, "posta la sua nota influenza sui giudici di sinistra della Corte". In altre parole, accusandolo di non avere commesso un atto illegale, che, evidentemente, il Presidente del Consiglio ritiene usuale e addirittura dovuto.

Come finirà? Come un film di Frank Capra o come un film di Nanni Moretti?

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