Ricapitoliamo.
Il Governo adotta un decreto-legge che presenta numerosi, gravi e argomentati vizi di illegittimità costituzionale, sia quanto alla mancanza dei presupposti per l'adozione (a meno che si riconosca finalmente, come ha fatto senza remore il Presidente del Consiglio, che esso intendeva travolgere quanto definitivamente deciso, in diritto e in fatto, da ben due giudici che hanno consentito la sospensione dell'idratrazione e alimentazione forzata di Eluana Englaro), sia quanto al contenuto (suscettibile di violare gli artt. 3, 13 e 32 della Costituzione).
Poiché il Capo dello Stato, conformemente a vari precedenti (risalenti ai Presidenti Pertini, Cossiga e Scàlfaro), ricusa motivatamente l'emanazione del decreto (tale è autorevole dottrina d'epoca non sospetta: Paladin, Crisafulli, Rescigno, Sorrentino, Tosi...), il Presidente del Consiglio non propone, come la Costituzione indica in casi simili, al Governo di promuovere un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale sulla spettanza del potere di decretazione, ma annuncia che si risolverà a cambiare la Costituzione, che, in questo modo, si trasformerebbe da regola fondamentale condivisa a strumento contingente del governo della cosa pubblica, variabile a piacere ad ogni legislatura.
Non soddisfatto, il Presidente del Consiglio, dopo aver minacciato en passant il Presidente della Repubblica non si sa se di farlo mettere in stato di accusa dalla sua maggioranza o di modificare la Costituzione per ridurne i poteri, ove egli intenda svolgere ancora il suo ruolo di garante degli equilibri istituzionali, ordina letteralmente alle Camere di riunirsi a tambur battente per approvare una legge di contenuto identico a quello del decreto non emanato.
Il Presidente della Camera alza la testa, il Presidente del Senato la china e il Presidente del Consiglio diviene in tal modo, contro le regole vigenti, il padrone anche dell'ordine del giorno del Parlamento, persino all'infuori dell'attuazione del programma di Governo.
Si tratta dell'ennesimo episodio di insofferenza verso ogni forma di distinzione dei poteri pubblici e di autonomia di altri organi dello Stato: come già con precedenti Capi dello Stato (Scàlfaro e Ciampi), con il CSM, con l'ordine giudiziario (si badi: non le sole Procure, ma, come accaduto a proposito del processo Previti e in quest'ultimo caso, anche dei giudici di merito e della Cassazione).
Emerge, dai fatti e non da congetture, l'estraneità della cultura politica del Presidente del Consiglio ai princìpi della democrazia liberale, la cui essenza consiste proprio nella limitazione e nella distribuzione del potere, attraverso un accurato sistema di contrappesi e di garanzie.
Attraverso slittamenti progressivi del potere, a partire dalla legge elettorale che, approvata con procedura ordinaria, ha di fatto modificato la forma costituzionale di governo, si sta andando, si spera non inevitabilmente, verso un regime presidenzialistico-plebiscitario in cui il vincitore delle elezioni conquista tutto lo Stato e governa (o regna?) per decreto.
Verrebbe voglia di dire: viva la Repubblica...