Il protrarsi estenuante della vicenda che ormai è comunemente riassunta con l'espressione "caso Englaro", uno di quegli eufemismi che banalizzano e scolorano la tragicità di certi eventi (come "i fatti d'Ungheria"), alimenta un crescendo di estremismo ideologico del campo se-dicente pro life.
Si è sentito paragonare l'interruzione dell'idratazione e alimentazione artificiale allo sterminio nazista dei disabili, trascurando il piccolo dettaglio che quello fu compiuto dallo Stato senza l'espressione di alcuna volontà o consenso delle persone, così che lo Stato dispose autoritariamente della vita altrui. E fu appunto la memoria delle pratiche di sterilizzazione coattiva, che culminarono poi nello sterminio, a indurre i nostri costituenti a prevedere, nell'art. 32 della Costituzione, il principio del divieto di trattamenti sanitari obbligatori, che possono essere previsti solo dalla legge e, dunque, risultano eccezionali (attualmente sono previsti solo nei casi in cui può essere messa a rischio la salute collettiva, come nel caso delle vaccinazioni, o nei casi in cui la persona non sia in grado di intendere le conseguenze del rifiuto della cura). Per giunta, la Costituzione stabilisce che "in nessun caso" la legge possa violare "i limiti imposti dalla dignità della persona umana".
Si è affermato che la vita non è un bene disponibile. Se così fosse, dovrebbe essere punito penalmente il tentativo di suicidio, come lo sono i tentativi di omicidio, o sequestro, o rapina, o furto, cioè i tentativi di disporre di beni di cui non si può disporre. Ovviamente, il tentativo di suicidio non è punibile e non sono a conoscenza di alcuna proposta in questo senso.
E, se la vita non fosse disponibile in assoluto, si dovrebbe anche conseguentemente vietare l'esercizio della libertà di rifiutare le cure, poiché tale rifiuto condurrebbe, in molti casi, alla morte. Infatti, per disperazione argomentativa, c'è stato chi, con responsabilità di Governo, lo ha dichiarato. Ora, l'affermazione è palesemente smentita non solo dalla nostra Costituzione, ma anche da convenzioni internazionali, come quella di Oviedo, e dallo stesso Codice deontologico dei medici, che anch'esso contempla il consenso informato quale condizione per intraprendere o proseguire una cura. Ed è smentita da innumerevoli precedenti, tutti ritenuti legalmente e moralmente leciti: dal rifiuto di accettare trasfusioni al rifiuto di acconsentire ad amputazioni di arti in cancrena.
Si è affermato, diversamente, che si può rifiutare la cura, ma non ciò che cura non è. E, poiché l'alimentazione e l'idratazione artificiali non sarebbero terapie (ma il punto è assai controverso e contestato anche in sede scientifica), non potrebbero essere rifiutate. Un discreto paradosso, per cui potrei decidere di morire non sottoponendomi a una chemioterapia, a un trapianto, a una dialisi, ma non all'alimentazione e idratazione artificiali, come se rilevasse il mezzo impiegato, e non la volontà espressa dal titolare del bene della vita e la valutazione che egli ne fa.
Si è invocato a sproposito il principio di precauzione, che non c'entra nulla, e il rispetto della vita: ora, il rispetto della vita consiste, innanzitutto ed essenzialmente, nel rispetto della libertà morale della persona e della sua piena facoltà di autodeterminazione, che vuole coercire chi intende ostacolare, se non proprio impedire il riconoscimento delle decisioni di ciascuno relative alla fine della propria vita.
In verità, si gioca su questa frontiera l'ennesima battaglia sulla proprietà del corpo, che, come ci ha insegnato Foucault, ha molti più secoli di quanto comunemente si pensi. C'è, oggi come allora, un "partito" che vuole sottomettere al Sovrano o alla Chiesa il dominio sul corpo (incidentalmente: assai strano che la Chiesa, nel suo Catechismo, ammetta in linea di principio morale la pena di morte... o non è strano?); e c'è un "partito" che vuole che le decisioni sulla vita di ciascuno possano essere prese solo da chi quella vita la vive. Ed è un conflitto che non ammette compromessi.
A partire dall'antichità, fino ai nostri giorni, il suicidio è stata l'arma per sottrarsi alla tirannia. E il tiranno può anche essere la malattia che ci disfa giorno per giorno, che ci degrada, ci avvilisce, ci sottrae, lentamente o di colpo, tutte le facoltà e le caratteristiche di essere umano: l'affettività, la vita di relazione, il pensiero, il movimento.
Non voglio obbligare nessuno a rinunciare, fino all'ultimo, ad ogni cura o trattamento che lo mantenga biologicamente vivo. Nessuno obblighi me a sottostare alla tirannia del mio corpo. Presumo di essere qualcosa di più e di meglio di un grafico verde su un monitor.