Dopo aver dovuto rivedere profondamente l'iniziativa sugli zingari, a seguito delle censure espresse dal Parlamento europeo, dal Commissario europeo per le politiche sociali Spidla e dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Hammarberg; dopo aver ricevuto rilievi dal Commissario europeo alla giustizia Barrot sulle norme relative al soggiorno dei cittadini comunitari in Italia, il ministro dell'interno fa sapere che "l'Unione europea ha censurato la nostra scelta di procedere all'espulsione dei cittadini comunitari nel caso di motivi imperativi di ordine pubblico", nonché l'automatismo del meccanismo di espulsione, provvedimento che va invece adottato caso per caso. Il Governo rinuncia pertanto a quel testo.
Anche la tanto declamata punibilità penale dell'ingresso clandestino viene attenuata, per evitare censure europee (ma si vedrà con la Corte costituzionale, già sollecitata a decidere sulla norma di legge che prevede la clandestinità come aggravante di reato): invece della reclusione, l'ammenda. E ciò, nonostante, al tempo stesso, il Governo annunci con soddisfazione che le espulsioni sono aumentate del 28% e che oltre 1300 persone sono state respinte alla frontiera o allontanate, solo applicando le norme esistenti.
Non contento di tutto ciò, il Governo apre un nuovo fronte con l'Europa: quello relativo all'adempimento degli obblighi derivanti dal Protocollo di Kyoto e dalle conseguenti direttive europee in materia di riduzione delle emissioni nocive in atmosfera. Il motivo sarebbe il costo eccessivamente elevato per le imprese (il Ministero dell'ambiente afferma fra i 23 e i 27 miliardi di euro all'anno per il periodo 2013-2020) in questa congiuntura economica mondiale sfavorevole.
A parte le diverse valutazioni del commissario europeo all'ambiente Dimas, che reagisce vivacemente e parla di 9-13 miliardi, cioè di un onere inferiore fra la metà e due terzi, e a parte il fatto che una stima dei costi e dei benefici andrebbe fatta non soltanto con riferimento alle imprese che devono adeguarsi, ma all'intero sistema-paese (calcolando i vantaggi per le imprese che producono tecnologie per l'ambiente e per il relativo incremento di occupazione, calcolando i minori costi sociali derivanti dalla riduzione dell'inquinamento, ecc.), nessuno ha presentato una pur semplice obiezione.
Il Protocollo di Kyoto risale al 1998; esso è stato recepito in ambito europeo con una decisione del 2002; la prima direttiva europea di applicazione risale al 2003: entro il 2020, l'Europa avrebbe abbattuto dell'8% il livello delle emissioni di gas climalteranti rispetto al livello del 1990. Ora, come si può facilmente apprendere dal Rapporto ENEA per il 2007, presentato nel luglio di quest'anno, se le cose non cambieranno rapidamente e drasticamente, quell'obiettivo non sarà raggiunto; anzi, il livello 2020 risulterà superiore del 4% al 1990. Perché le imprese italiane hanno aumentato, in questi anni, del 12% le emissioni, invece di avviarsi a ridurle.Ora, con la scusa della "crisi", piatiscono un ulteriore rinvio. Come dire: a pagare, c'è sempre tempo.
Per fortuna, pare che l'Europa tenga duro: faccia l'Italia come vuole, gli obiettivi al 2020 devono essere tenuti fermi. Il Governo italiano minaccia il veto su una decisione rigorosa: uno strappo al giorno, leva l'Europa di torno...
P.S. Raccomando la lettura dell'intervista del ministro italiano per l'ambiente al "Corriere della sera" di oggi, ineffabile nell'attingere al sublime comico. Dopo aver ammesso che i dati sulle inadempienze agli obiettivi di Kyoto sono veri ("stiamo andando malissimo") ed essersela presa con USA, Cina e India, che non fanno la loro parte, così si esprime: "Dobbiamo tutti rimboccarci le maniche. Sul serio. Non fare la corsa ad approvare pacchetti pur di arrivare belli belli al traguardo". Il resto è silenzio.