01/05/2008
Quanto darei per sapere...

“Quanto darei per sapere questo: che cosa se ne fa tanta gente di un orizzonte allargato?” (Karl Kraus)


Viviamo in un’epoca nella quale la tecnologia, in veste di fase suprema della democrazia, consente a chi non ha idee di esprimerle. A costo zero per sé e a totale rischio altrui. Dovrei dire meglio che, per lo più, non si esprimono idee: si esprimono “opinioni”. Tutti ritengono di avere il diritto di averne; una parte cospicua ritiene di averne il dovere.

I filosofi greci distinguevano doxa, l’opinione, da aletheia, la verità; oggi, far cenno alla “verità” espone ad atroci supplizi sociali. Si è persa del tutto la consapevolezza che la verità è una ricerca; che la verità è la ricerca stessa della verità; come tale, infinita, e tuttavia disciplinata da regole e metodi. Esattamente l’opposto di una “opinione”. Parafrasando Wittgenstein (e, ne convengo, fraintendone dolosamente il significato originario), bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce. Ma la conoscenza è ciò che non è una “opinione”. Tuttavia, parlare della “verità” urta suscettibilità diffuse e fa lo stesso effetto che almeno una volta facevano i “rumori” a tavola. Può chiarire ciò che intendo, il pamphlet di Giovanni Jervis intitolato, provocatoriamente, “Contro il relativismo”, che capovolge la polemica ratzingeriana in nome dei “fatti”. Perché, perfino a monte delle “opinioni”, dovrebbero starci i “fatti”. Il relativismo, insomma, come atteggiamento di chi i fatti semplicemente li ignora, perché è più semplice e si suda di meno.

Ora, è assai più a buon mercato una “opinione”, ammettiamolo. E nessuno oserà mai contestare a qualcun altro che non ha titolo per esprimere opinioni, nel senso che qui assumo, cioè proposizioni improvvisate prive di adeguata conoscenza. E, una volta espressa, proprio perché gratuita, una “opinione” non sarà mai ritrattata. Poiché ad essa è estranea la fatica della costruzione, del confronto di dati e di interpretazioni dei dati, la fatica della discussione pubblica (e privata, perché la serietà intellettuale è abito che si indossa anche la sera a cena in famiglia), ad essa è parimenti estraneo il dubbio, che può arrivare fino alla smentita di sé. Non c’è dunque motivo per ricredersi.

Qualche anno fa, Umberto Eco scrisse che non avrebbe avuto contrarietà di principio a che un suo studente affermasse che Dante era stato un poeta minore del Trecento, a condizione che la conclusione fosse preceduta da “trecento pagine di serrata analisi dei testi danteschi” (cito a memoria, ma ritengo fedelmente). Una “opinione”, che non è un’idea, che non è un argomento, non richiede di essere preceduta nemmeno da trenta, nemmeno da tre pagine di analisi, magari neppure tanto serrata.

Ecco perché mi chiedo, con Kraus: che cosa se ne fa tanta gente di un orizzonte allargato?

Qualche parola sull’icona, anche se essa, in quanto icona, dovrebbe esprimersi senza parola. E’ l’ “Isola dei Morti” di Arnold Bocklin, nella prima versione del 1880. Nata per essere, nell’intenzione di Bocklin, una induzione al sogno, è, nella mia, piuttosto una induzione al silenzio e al colloquio con i Morti. Il silenzio come la dimensione spirituale che si oppone alla “chiacchiera”,  la dimensione del pensiero (“Questa grande infelicità”, scrive La Bruyère, “Il non potere essere da soli!”). Il colloquio coi Morti come “uomini postumi”, destinati, per dirlo con Nietzsche, a non essere raggiunti dal Tempo.
 

Comment Script

Commenti

Nome
E-mail (Non verrá mostrata)
Sito web
Titolo
Commento
Per prevenire lo SPAM automatico, ti preghiamo di inserire nella text-box il testo che visualizzi nell'immagine. Il tuo commento verrá inserito solamente se la stringa combacia. Inoltre controlla che il tuo browser supporti i cookie, altrimenti il sistema non riconoscerá il controllo e non ti sará inserito il commento. Grazie.



This comment form is powered by GentleSource Comment Script. It can be included in PHP or HTML files and allows visitors to leave comments on the website.
Loading...