11/07/2008
Due segni di civiltą

Due segni di civiltà: la mozione del Parlamento europeo sulla vicenda degli zingari in Italia; la pronuncia della Corte d'appello di Milano sulla vicenda di Eluana Englaro.

Il Parlamento europeo ha approvato ieri, con 336 voti favorevoli, 220 contrari e 77 astenuti, una mozione con la quale si diffida il nostro Governo a fermare subito la raccolta delle impronte digitali degli zingari, compresi i minori, e a non utilizzare quelle già rilevate, giudicandolo "un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e l'origine etnica".

Sfilata televisiva serale di ministri dall'aria offesa e indignata. Tuttavia, pare che il ministro dell'interno abbandoni il motto d'antan "tireremo diritto" e abbia precisato che alla rilevazione delle impronte si ricorrerà solo nei casi in cui non sia possibile una identificazione certa attraverso i documenti disponibili e, per i bambini di età compresa fra i 6 e i 14 anni, previa autorizzazione del giudice. Per arrivare a questa ovvietà (c'ero arrivato perfino io, a suo tempo), ci sono volute le censure e le critiche della Chiesa cattolica, delle Comunità ebraiche, del Commissario presso il Consiglio d'Europa Hammarsberg, del Prefetto e poi del Sindaco stesso di Roma, di partiti, sindacati, movimenti e associazionì e, infine, l'umiliazione pubblica e istituzionale di fronte all'Europa. A proposito di prestigio internazionale.

Così, si apprende da "la Repubblica" di ieri, edizione romana, che, per quanto riguarda Roma, anche le schede del censimento saranno modificate rispetto alla forma inizialmente prevista,omettendo ogni riferimento ad etnia e religione (come nel 1938, quando all'anagrafe si annotava "razza ebraica") e che le operazioni saranno gestite da mediatori culturali, operatori della Croce rossa e agenti di polizia in abiti civili.

Nondimeno, il "TG2" sera del 10 luglio ci fa sapere che ogni anno spariscono in Italia circa mille bambini, per la maggior parte stranieri, di cui il 30-40 per cento zingari. Nelle intenzioni del giornale, doveva essere un supporto alle politiche governative; in realtà, esso ci ha detto che il 60-70 per cento degli scomparsi non sono zingari. A chi prendiamo le impronte?

Intanto, sempre in nome della sicurezza, nel triennio 2009-2011 gli stanziamenti di bilancio per le forze di polizia saranno ridotti di quasi 540 milioni complessivi e il blocco del turn over porterebbe una diminuzione degli organici di oltre 6600 unità nel periodo 2009-2012. Fatti. Separati dalle dichiarazioni alla stampa. Anzi, divergenti.

Da Stasburgo a Milano, dove la Corte d'appello ha deciso, sulla scorta della precedente pronuncia della Corte di cassazione, che può essere sospeso il mantenimento forzato e artificiale in vita di Eluana Englaro, che durava da sedici anni, contro la volontà a suo tempo espressa dalla giovane.

La decisione riconosce finalmente ciò che già la Convenzione di Oviedo (ratificata dall'Italia nel 2001), la Costituzione e le leggi italiane e lo stesso Codice deontologico dei medici affermavano chiaramente: che, cioè, ciascuna persona può liberamente disporre della propria vita, rifiutando le cure e i trattamenti comunque forzati di mantenimento in vita, scegliendo di morire e rifiutando una condizione puramente vegetativa.

Che la vita sia indisponibile, come qualcuno ha sostenuto, altro non è se non una proposizione retorica e infondata moralmente. Se davvero così fosse, occorrerebbe introdurre nel Codice penale il reato di tentato suicidio (cosa che nessuno ha mai minimamente pensato di proporre, nemmeno Giuliano Ferrara) e, a rigore, occorrerebbe modificare Costituzione e leggi per escludere la libertà del malato di non curarsi, così decidendo di morire. Coerente con quel dogma, sarebbe solo l'obbligo, penalmente assistito, di trattamento sanitario.

Ma i feticisti del corpo, coloro che riconducono la vita alla mera dimensione biologica, amputandola di intelletto, affettività, emotività, relazioni, avevano ceduto sul punto e si erano attestati su un tristo artificio: che la idratazione e l'alimentazione artificiali non costituissero cure in senso proprio e quindi non potessero essere rifiutate. Un paradosso talmente clamoroso da non richiedere troppe attenzioni critiche. Peraltro, in caso analogo (risalente al 1999) il giudice non si era sentito di concludere diversamente e aveva rinviato al legislatore, perché disciplinasse in modo chiaro e univoco la materia. Il legislatore tace imbarazzato da un decennio e i giudici hanno interpretato le norme già vigenti, nel senso dello spirito di tali norme, si potrebbe dire in modo non farisaico.

Incassiamo grati, in questi tempi assai grigi, due segni di civiltà.

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