La direttiva comunitaria sul rimpatrio degli immigrati irregolari ha il volto di un'Europa tiepida. Né calda, né fredda; tiepida.
Da un lato, sta la facoltà di trattenere fino a 18 mesi l'immigrato nei centri temporanei o perfino, se non ve ne siano di disponibili, negli istituti penitenziari, per gli accertamenti finalizzati all'espulsione, una vera pena detentiva mascherata da misura amministrativa, irrogata senza le garanzie inerenti a un processo e non riferita ad un reato. Una previsione che appare stridente con il diritto internazionale, in specie con l'art. 9 del Patto sui diritti civili e politici della Nazioni Unite del 1966 (e pertanto ricorribile avanti le Corti internazionali).Dall'altro, una serie di cautele "umanitarie" riferite al rimpatrio dei minori e al trattamento delle famiglie. Tutto ciò, nella latitanza di una politica comune europea che si preoccupi anche dell'integrazione e della valorizzazione dell'immenso capitale umano rappresentato dagli immigrati.
Il Governo italiano, che non ha atteso l'approvazione della direttiva per proporre la detenzione fino a 18 mesi nei Centri, ribattezzati per l'occasione "Centri per l'identificazione e l'espulsione", ha già annunciato il recepimento integrale della direttiva; si legge che altri Paesi, pure assai fermi nel contrasto all'immigrazione illegale, come la Francia e la Spagna, avranno termini assai inferiori, fra uno e due mesi.
Ma in questo caso, più e prima che politica, la questione è culturale e morale e si apparenta, anche se può apparire incongruo, con le vicissitudini interminabili della Costituzione europea, vittima, a turno, di egoismi nazionalistici.
L'Europa che non riesce ad essere la casa degli europei non può porsi come un punto di riferimento globale. Essa mostra di non avere alcuna idea di sé e del proprio "destino", di non saper trarre la lezione grande della sua vita trimillenaria: riconoscersi nel crogiuolo di civiltà e di apporti che hanno fatto di essa ciò che è diventata. Quando si riconducono le "radici" d'Europa esclusivamente all'ebraismo e al cristianesimo (tacendo, fra l'altro, che il cristianesimo è stato per quindici secoli il nemico implacabile dell'ebraismo), si macella la nostra storia, facendo fuori disinvoltamente il pensiero greco, con cui ancora pensiamo; l'ordine del diritto romano, con cui ancora ci regoliamo; la scienza e la filosofia arabo-islamiche, attraverso cui contiamo (in senso stretto) e abbiamo conosciuto Aristotele; la rivoluzione scientifica di Galilei e Newton, e poi di di Einstein e Heisenberg, tradizione laica e audacissima; l'illuminismo, il liberalismo e l'"invenzione" dei diritti umani; il movimento operaio e le sue conquiste, che ci fanno comunque così diversi, sostanzialmente al di là delle versioni politiche contingenti, dagli americani.
Questa Europa, trascorsa e possibile, si difende dal mondo e da se stessa. E rischia, per parafrasare il "vecchio" Hegel, di "cadere fuori della storia".
Un prestigioso economista, indiano di nascita e anglosassone per mentalità e visione, Jagdish Bhagwati, un liberoscambista senza inclinazioni terzomondiste, nel suo provocatorio libro "Elogio della globalizzazione" (più sobriamente, in originale, In Defense of Globalization), ha scritto: "Stroncare il fenomeno [dell'immigrazione clandestina] è praticamente impossibile. [...] i governi dei paesi sviluppati devonoadottare politiche per l'integrazione dei migranti nelle nuove società [...] Certi paesi prenderanno atto di queste nuove realtà e cercheranno di lavorare in maniera per così dire creativa con i migranti e i loro problemi. Altri rimarranno indietro, cercando di adottare politiche più restrittive per controllare e ridurre i flussi di immigrazione. Il futuro appartiene certamente ai primi."
Nulla da aggiungere.