17/06/2008
La cosa più dura è tornare a scoprire ciò che si sa già (Elias Canetti)

Le prime settimane di vita del nuovo Governo hanno dato occasione, a sinistra, di proporne numerose definizioni e interpretazioni: così, si è parlato di un "regime leggero" e di una "democrazia autoritaria"; si è osservato che ogni questione è trattata come "emergenza", dunque giocata sul terreno dell'"eccezione", della deroga al diritto comune, e che ogni provvedimento è misurato esclusivamente sulla prevista (o presunta o declamata) "efficacia" della decisione, donde l'espulsione o la marginalizzazione di qualunque presa di posizione fondata su "valori", compresi quelli costituzionali.

Trovo non meno preoccupante un altro aspetto, che è stato finora scarsamente messo in rilievo: la fonte che viene di regola posta, dagli esponenti del Governo e della maggioranza, a base di questo reiterato "stato di eccezione" è il successo elettorale ottenuto, il voto popolare: "abbiamo vinto, questo è ciò che gli italiani ci chiedono di fare, abbiamo il mandato di governare".".

L'argomento è suggestivo, pertanto pericoloso. Sarebbe opportuno ricordare che la contrapposizione fra la "legalità" (intesa come aderenza alla forma giuridica precostituita degli atti del potere) e la "legittimità" (intesa come legittimazione "sostanziale" dell'esercizio del potere stesso) fu uno dei cardini concettuali del pensiero di Carl Schmitt, uno dei massimi teorici politici e costituzionali del nazionalsocialismo.

Senza eccedere: è esattamente questo rovesciamento dei valori costituzionali a fondare un regime autoritario: la asserita superiorità della volontà del popolo in quanto tale sulla lettera e sullo spirito della legge.

Soccorre, in proposito, la nostra Costituzione, che pone all'art. 1 un meta-principio, definendo la sovranità popolare come intrinsecamente limitata, quando afferma che essa è esercitata "nelle forme e nei limiti"della Costituzione medesima.

Un "proverbio costituzionale" inglese di epoca medievale dichiara solennemente: sub lege rex, non sub rege lex (chiunque si trovi ad essere il "re"). Forse è per questa radicata convinzione, etica prima che politica, che gli inglesi non hanno conosciuto, negli ultimi tre secoli, le tirannie e i totalitarismi del resto d'Europa.

 

 

 

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