E' stato da poco pubblicato in italiano un saggio assai attuale in un periodo in cui tanto si ridiscute di imperialismo: Imperi, di Herfried Munkler, docente di scienza politica alla università "Humboldt" di Berlino.
A differenza del quasi omonimo "Impero", di Hardt e Negri, un libro noioso, fumoso e ovvio, il lavoro di Munkler argomenta puntigliosamente, sulla base di una letteratura imponente (quasi 400 titoli citati in bibliografia, da Tucidide ad Habermas), e offre uno spazio di comparazione del fenomeno imperiale temporalmente vasto, dalle anfizionie greche alla presidenza Bush.
L'analisi mette in rilievo non solo le determinanti causali di tipo economico, ma anche politico, organizzativo, culturale e ideologico, che ricorda l'impianto del formidabile "La ricchezza e la povertà delle nazioni" di David Landes. Ed evidenzia la difficoltà di identificare in maniera sempre netta e certa i confini fra egemonia e imperialismo in senso proprio, una differenza che riposa, come spesso accade con le classificazioni delle scienze sociali, sulle definizioni che vengono adottate in partenza.
Munkler assume, nel saggio, lo sguardo dello storico; guarda, quindi, in modo disincantato alla "forma impero", strutturandola in tipologie e sottolineandone anche gli aspetti positivi: la stabilità, ad esempio, che induce ad una riduzione e a un ridimensionamento qualitativo dei conflitti.
Quando abbandona l'analisi, però, e si inoltra nella predizione, terreno precario per gli scienziati sociali, il lavoro appare meno convincente. Munkler giudica "fantasiose" le alternative prospettate al dilemma "o Stato o Impero"; eppure, dal "manifesto di Ventotene" ad oggi, nonostante gli insuccessi, la forma kantiana del federalismo cosmopolita, e alle medesime condizioni poste da Kant, sembrerebbe un'alternativa non troppo "fantasiosa"; difficile da perseguire, lenta da sviluppare, ma non troppo "fantasiosa".
E, a ben vedere, non aveva torto Habermas quando riteneva che, consumato il terzo Ottantanove, gli Stati Uniti avrebbero potuto scegliere fra un ruolo "imperiale" e un ruolo egemone in un ordine giuridico "kantiano", parziale e limitato, ovviamente, alla comunità delle democrazie, un ordine in cui la democrazia e i diritti umani si "promuovono" e non si "esportano".
Anche perché, e questo Munkler lo evidenzia onestamente, la costruzione dello "spazio" e della "missione" imperiali non si sottrae alla "costruzione discorsiva" di ciò contro cui essi si dirigono: il "barbaro". Una figura che si radica nell'immaginario collettivo e nella memoria storica a prezzi assai elevati e per un tempo duraturo, come dimostra il confronto presente con l'Islam.
Il libro si conclude con un interrogativo: attesa la "deperibilità" storica di ogni impero, che cosa causerà "la fine dell'impero americano"? Una causa potrebbe essere il declino dell'egemonia economica nell'epoca della globalizzazione, erosa dalla potenza cinese e dalla concorrenza dell'euro (finito il tempo in cui gli americani potevano dire: "i dollari sono nostri, i problemi sono vostri"... anche se lo pensano ancora), che renderebbe insostenibile il costo della presenza militare americana nel mondo. Un'altra potrebbe essere di tipo culturale o ideologico, cioè la progressiva consunzione del riconoscimento della missione morale "universale" degli Stati Uniti di fronte al sovraccarico dell'impegno.
Dalla nostra provincia, attenderemo notizie...