Si apprende che, in sede di discussione parlamentare del decreto legge in materia di sicurezza, il presidente della Commisione Giustizia della Camera ha presentato (o sta per presentare) un emendamento che qualifica la prostituzione di strada come un illecito (forse, un vero reato) contro "la sicurezza e la moralità pubblica". Si apprende che anche nell'ambito del centro-destra non mancano perplessità e contrarietà. In verità, non c'è da stupirsi: tale è l'albero, tali i frutti.
La linea culturale del Governo e della sua maggioranza, già espressa in varie occasioni, anche meno recenti, va nel senso di assumere la marginalità e la povertà, senza residui, come paradigmi di devianza sociale e pertanto trasformarle, in quanto tali, in fattispecie criminali, qualificando la condizione personale come illecito.
L'immigrato irregolare, la prostituta di strada, come già il tossicodipendente, sono rappresentati e trattati in meri termini di ordine pubblico che giunge a dilatarsi, come in quest'ultima occasione, a coprire il decoro come elemento costitutivo della sicurezza urbana (sicurezza e moralità non è che un'endiadi).
Che quelle persone siano vittime di poteri illegali che gestiscono traffici di stupefacenti e di esseri umani, che a quei poteri debbano essere sottratte per integrarle o reintegrarle, ove non abbiano commesso delitti, s'intende, non è considerato. E' la faccia speculare di quel pietismo sociologico che per anni ha sottovalutato il reato del povero come meno offensivo perché del povero. Ora, il pendolo oscilla ferocemente verso l'altro lato del quadrante. Siamo disposti a consentire che l'immigrato irregolare continui a lavorare nella raccolta del pomodoro o nei cantieri edili, che il racket della prostituzione continui a operare purché in "case chiuse" (fisicamente tali), purché fuori della nostra vista, da noi non autorizzati.
Come Tartufo, si grida: "fate che io non veda!".