E' notizia di oggi l'attentato terroristico alla rappresentanza diplomatica danese in Pakistan, che ha causato otto morti. L'interpretazione non è univoca, ma consente alcune riflessioni a distanza di anni dagli interventi militari in Afghanistan e Iraq.
Gli interventi non hanno arginato il terrorismo islamistico. Gli attentati si sono succeduti, da Madrid a Londra e, seppure con minor risonanza da noi, visto che non toccavano l'Europa, nei Paesi la cui politica estera non è ostile nei confronti dell'Occidente: Egitto, Turchia, Arabia Saudita. Bin Laden non è stato catturato, Al Qaeda e la sua rete in franchising vivi e vegeti.
Gli interventi non hanno nemmeno consentito il containment delle forze islamistiche radicali: Hamas ha vinto le elezioni a Gaza, Ahmadinejad in Iran, Hezbollah è massicciamente presente nel governo libanese, le Corti islamiche controllano metà della Somalia, i Talebani numerose province afghane (non solo al confine con il Pakistan).
Ma c'è anche di più, se non di peggio, ed è il prezzo che stanno pagando le democrazie occidentali nelle guerre al terrorismo internazionale. I governi statunitense e britannico hanno mentito ai cittadini di quei Paesi e all'opinione pubblica internazionale circa la disponibilità di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein, corrodendo uno dei fondamenti del regime democratico.
E c'è il baratto fra sicurezza e rispetto dei diritti umani, come dimostrano i casi di Guantanamo e Abu Grahib e, in modo meno cruento, il caso Saber che oggi occupa molte cronache. Il caso, cioè, di un cittadino tunisino accusato di terrorismo e detenuto in Italia che, contro la pronuncia della Corte europea dei diritti dell'uomo, sarà espulso perché, scaduti i termini di custodia cautelare, il Governo italiano ha dichiarato di essere in possesso di prove della sua pericolosità attuale e pertanto lo restituirà alla Tunisia, dove rischia di essere sottoposto a trattamenti contrastanti con le norme internazionali.
Al di là di singole specifiche valutazioni dei casi, l' "età dei diritti", come Bobbio battezzò la nostra epoca, la modernità occidentale, sembra avviarsi a una dolorosa e inattesa contrazione.
Scrive Zygmunt Bauman su "la Repubblica" di oggi: "La quantità e dimensione, la visibilità e l'invadenza di tali dispositivi [i dispositivi di sorveglianza], bastano a creare e alimentare un'atmosfera da 'fortezza assediata' e una forma mentis da emergenza permanente". Da quanto ricordo, le fortezze assediate, da Alesia a Masada ad Alamo, finiscono per cadere.
Perciò, quando ascolto l'amministrazione americana e i suoi epigoni affermare "in Iraq stiamo per vincere", mi viene in mente l'acre aforisma di Stanislaw Lec: "il gallo canta perfino la mattina in cui finisce in pentola".