Ci voleva il dibattito svoltosi ieri al Parlamento europeo sulla condizione dei rom perché sulla stampa cominciassero a comparire alcuni "fatti", alcune verità finora nascoste dal gran polverone degli stereotipi.
Ad esempio, Michele Salvati, sul "Corriere della sera" del 19 maggio, in un articolo intitolato sconsolatamente "Lo Stato assente", constata che, anche a causa dei veti dei cittadini (secondo il noto principio not in my backyard), ma principalmente per l'assenza di un coordinamento e di una politica a livello nazionale, non è stato elaborato un piano per gli insediamenti dei nomadi e non stati realizzati a sufficienza luoghi civili di residenza. E, sempre sul "Corriere", oggi Ernesto Galli della Loggia ricorda che i Governi italiani non hanno nemmeno richiesto i fondi europei per l'integrazione delle minoranze etniche. E' la storia amara di molte minoranze: dai ghetti degli ebrei in Europa e dei neri in America alle baraccopoli dei nostri emigranti, l'assenza o la grave insufficienza di politiche sociali inclusive hanno contribuito in modo determinante a creare quelle condizioni precarie, a volte subumane, di vita, di cui poi le vittime della marginalità sono state incolpate, andando a rafforzare gli stereotipi negativi e i pregiudizi.
Ancora: sul "Sole-24 ore" di oggi viene pubblicata la sintesi conclusiva di una ricerca a campione dell'Osservatorio nazionale permanente per la tutela dei rom e dei sinti, finanziata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, dalla quale risulta che circa il 60 per cento dei nomadi (ma tre quarti di essi sono ormai stanziali) svolge un lavoro: commercianti ambulanti, raccoglitori di usato, manovali e muratori, titolari di spettacoli viaggianti, giostrai, artigiani, lavoratrici domestiche, camionisti. Il 25 per cento non ha alcuna occupazione (una percentuale non dissimile da quella degli italiani che vivono nelle aree economicamente meno sviluppate); il 12 per cento vive di "espedienti" (una traduzione ragionevole direbbe: "attività illegali"); il 2 per cento di accattonaggio (che, è opportuno ricordare, qualora non coinvolga minori non costituisce attualmente né un illecito penale, né un illecito amministrativo).
Emergono, così, spezzoni di un quadro variegato e problematico, che, pur non dissipando le preoccupazioni per la sicurezza e la difesa della legalità, offre peraltro elementi di riflessione utili, se lo si voglia, ad evitare di riprodurre pigramente lo schema mentale, purtroppo ben conosciuto alla storia occidentale, dai processi per stregoneria alle leggi per i poveri, in base al quale si riduce ogni alterità o marginalità a questione mera di ordine pubblico e si surroga la politica sociale con la politica criminale.
Sempre che l'orgoglio (di non voler farci tirare le orecchie dall'Europa) non copra ancora il pregiudizio.