Per una coincidenza, esce in questi giorni un libro di Emanuela Scarpellini: "L'Italia dei consumi". Parlo di coincidenza, perché, proprio nelle ultime settimane, è emerso all'attenzione dell'opinione pubblica il problema dell'aumento dei prezzi delle materie prime agricole e del suo riflesso (preoccupante per i Paesi ricchi, drammatico per i Paesi poveri) sui consumi alimentari.
L'accesso di centinaia di milioni di persone che hanno visto negli ultimi quindici anni accrescere il reddito disponibile e, conseguentemente, la capacità di soddisfazione dei bisogni, a partire da quelli primari, sta rivelando ciò che molti sapevano e scrivevano, spesso tacciati di essere "anti-qualcosa": che, cioè, il benessere di questa parte del mondo derivava anche dalla circostanza, destinata prima o poi a cessare, che essa era nelle condizioni di consumare una quota delle risorse mondiali superiore alla percentuale di persone che rappresentava. E, anche senza una presa della Bastiglia o del Palazzo d'inverno, anzi, con gli strumenti e la mentalità dell'Occidente, il Quarto stato planetario ha iniziato a riprendersi qualcosa.
Il tema è trattato, e fin dall' incipit, nel best seller del prof. Tremonti, "La paura e la speranza": "E' così che una massa di circa un miliardo di uomini, concentrata prevalentemente in Asia, è passata di colpo dall'autoconsumo al consumo [...] E' una massa che prima faceva vita a sé: coltivava i suoi campi e allevava i suoi animali per nutrirsi; raccoglieva la sua legna per scaldarsi; non aveva industrie". Il prof. Tremonti ammette che "il corso della storia non poteva certo essere fermato", anche se si duole che cinesi e indiani abbiano mostrato così poca delicatezza nello scaraventarsi alla nostra tavola, rifiutando di morire di fame per qualche decennio in più (in fin dei conti, non troppo, rispetto ai secoli trascorsi), così da assicurare al prof. Tremonti e a me una terza età meno disagevole (trovo che ci sia altro da imputare criticamente alla globalizzazione, nelle forme in cui si è storicamente svolta).
D'altronde, come evidenzia il saggio della Scarpellini, è ciò che è accaduto a noi nel periodo dalla seconda metà degli anni Cinquanta alla fine dei Sessanta, che videro i consumi privati raddoppiare, crescendo a una velocità quadrupla rispetto al sessantennio precedente. Prima ci togliemmo la fame: carne e supermercati (è delizioso lo stralcio da "Il Giorno" del novembre '57, che descrive l'apertura del primo supermercato a Milano...). Poi, la moto, l'automobile, gli elettrodomestici, che negli anni Settanta si diffondono al 90 per cento della popolazione. Non è proprio quel che succede in India, con la Tata "Nano"? Per gli indiani la festa sarebbe finita prima di cominciare? Può essere ragionevole, ma qualcuno provi a convincerli.
L'analisi dei cambiamenti della società attraverso i consumi privati, ricca di spaccati vivi delle "Italie" d'antan, condotta, nella scientificità dei contenuti, con ironia spesso trasparentemente divertita, non si limita alle statistiche e alla loro interpretazione; l'autrice fa non di rado incursione in tematiche dense, quale, pasolinianamente, liestinzione e la comparsa di "tipi" umani nelle mutazioni antopologico-culturali, ma anche della "costruzione" sociale di alcuni fra essi.
Così, ad esempio, è per la figura del teddy-boy, il giovane "sbandato e sradicato" alla James Dean, che desta un allarme diffuso, alimentato dalla rappresentazione che ne fanno i mezzi di comunicazione. A dispetto delle statistiche criminali, da cui non è dato concludere che in quegli anni si potesse rilevare una acuita inclinazione delinquenziale dei giovani, la stampa isola, raccoglie, mette insieme i fatti funzionali alla costruzione della figura, determinando, consapevolmente o meno, la paura e la riprovazione collettiva della trasgressione, assai più che del presunto attentato alla sicurezza pubblica.
E' il tema della determinazione della "percezione" sociale, su cui, proprio nei giorni scorsi, ha argomentato brillantemente, in un convegno tenuto a Firenze sul tema dei rapporti fra media e giustizia penale, uno dei più insigni penalisti italiani, il prof. Padovani. Egli ha dimostrato come i mezzi di comunicazione privilegino i delitti più rari, perché più clamorosi, e, fra questi, quelli condotti con le modalità più rare, perché clamorose, dissociando la percezione dalla realtà; e, dell'impuatato, isolano ed evidenziano le caratteristiche, decontestualizzate, più funzionali al "racconto" del fatto, oltertutto disposte su un asse valoriale. Tanto che la comunicazione giornalistica finisce con l'appartenere non al genere del resoconto, ma a quello della "narrazione", della "affabulazione". Citando uno scritto del grande avvocato Corso Bovio, Padovani ripete: rumene e meretrici cessano di essere aggettivi e diventano stigmati sociali.
Non insisto sull'argomento, perché il libro della Scarpellini merita che si torni ad esso, anche per l'originalità di alcune analisi. Ad esempio, l'autrice presenta gli anni Settanta, passati alla storia come gli anni "di piombo" e della inflazione più esplosiva, come anni nei quali si realizza lin effetti una "democratizzazione" dei consumi privati, con la diffusione al 90 per cento delle famiglie degli elettrodomestici, televisore incluso, e al 64 per cento delle famiglie dell'automobile.
E, per converso, presenta gli anni Novanta come anni nei quli si realizza un allargamento della "forbice" fra i ceti, si riacutizza la diseguaglianza; dietro la ritualizzazione apparentemente standardizzata degli stili di vita, si celano profonde differenze nella qualità degli stili e dei consumi, che si sovrappongono ai cleavages delle origini sociali e geografiche.
L'autrice conclude che i beni di consumo ci hanno cambiato. Mi prendo pubblicamente la mia parte di responsabilità, da quando chiedevo a mia madre di compare il "Tide" per via di quei giocattolini di plastica colorata che erano nascosti appena sotto il primo strato del detersivo, che ricercavo delicatamente per evitare di affondarli nella scatola e condannarmi così a ritrovarli solo all'ultimo bucato. Nessuno è innocente.