“La verità non produce tanto bene nel mondo quanto male vi producono le sue apparenze” (François de La Rochefoucauld)
Su “Magazine” del "Corriere della sera" del 1 maggio, si legge un articolo di Lorenzo Viganò, intitolato “Il vero numero dei reati”, il cui senso è spiegato al lettore,qualche pagina avanti, da Edoardo Vigna: le statistiche sulla criminalità mostrano che il numero dei reati è in aumento e, quindi, il problema della sicurezza è reale e non meramente “percepito” come tale.
In effetti, con l’eccezione degli omicidi (pure non trascurabile), i valori assoluti denunciano un aumento. Senonché, come chiunque frequenti le statistiche sa bene, esse si esprimono in percentuale e non in valori assoluti. E’ evidente che un Paese di 1000 abitanti in cui avvengono 10 casi di tifo o 10 omicidi ha un livello di salute generale e di sicurezza inferiore a un Paese di 100 000 abitanti in cui avvengono 30 casi di tifo o 30 omicidi. E’ dunque scorretto presentare le cose come fa l’articolista del "Corriere" (non importa se per approssimazione o intenzionalmente).
Allora, vediamo i dati correttamente esposti nell’ultimo Rapporto del Ministero dell’interno sulla criminalità, pubblicato nel giugno 2007.
Nel periodo 1984-1991, gli omicidi salgono da 1,9 a 3,4 per 100 000 abitanti; i furti da 1590 a 2999,6; le rapine da 36,6 a 69,1; i sequestri da 1 a 1,4. Il totale dei reati cresce, nel periodo, da 2251,7 a 4666,1, raddoppiando. Paradossalmente, nel 2003 gli omicidi sono all’1,2, i furti a 2317,4, il totale dei reati a 4286,2, sempre per 100 000 abitanti. Aggiungo che l’ultimo dato aggiornato sugli omicidi, a tutto il 2007, ne registra non soltanto la più bassa incidenza percentuale della storia d’Italia (0,9 per 100 000 abitanti), ma anche un valore assoluto (627) che risulta un terzo del 1990 (1773) e costantemente in discesa in questo ventennio.
Anche i risultati delle indagini sulla sicurezza “percepita” sono istruttivi: coerentemente con le statistiche criminali, scende, in Italia, fra il 1993 e il 2005, la percezione di vivere in zone a rischio, dal 31,2 al 29,2 delle famiglie; ma il dato non è omogeneo. Esso scende in tutte le aree geografiche del Paese, tranne che nel Nord est, dove sale dal 17,3 al 28,1. Alcune conferme: i furti in appartamento salgono, dal 1984 al 2006, in Piemonte e in Lombardia (in quel Nord ovest in cui scende la percezione di insicurezza delle famiglie) rispettivamente da 308 a 355 e da 223 a 334 per 100 000 abitanti; in Veneto, scendono da 234 a 232, in Friuli da 242 a 180. Gli scippi scendono ovunque: in particolare, nel periodo predetto, in Veneto da 27 a 13 e in Friuli da 8 a 7. Si tratta dei reati denunciati; perciò, i sostenitori della tesi della crescente insicurezza (che sarebbe ovviamente legata soprattutto alla immigrazione) affermano che i reati sono in aumento, ma le vittime non li denunciano ormai più (caso tipico di opinione senza fatti). La tesi è facilmente smentita dai dati sui borseggi, reato le cui denunce sono aumentate (ad esempio, in Veneto da 91 a 193). Ancora: dal 2000 al 2006 i furti di auto sono diminuiti in 10 delle 11 maggiori città (fa eccezione Catania). Gli indicatori non sono affatto univoci per i vari tipi di reato, ma certamente non confermano che la insicurezza (intesa come numero di reati compiuti) sia in aumento.
Gli stranieri (regolari) in Italia erano, nel 1990, 548 000; nel 2000, 1 milione 379 000; oggi, quasi 3 milioni. Ed è ragionevole ritenere che i clandestini fossero e siano in proporzione, se è vero che in base alla legge del 1990 furono regolarizzati circa 200 mila irregolari e in base a quella del 2002 circa 750 mila.
In definitiva, i dati mostrano una escalation ed un livello di criminalità, fra la seconda metà degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta, superiori agli inizi del Duemila, oltretutto quando gli stranieri, regolari e presumibilmente clandestini, erano assai meno di oggi.
Aggiungo: l’appartenenza dei dieci maggiori gruppi nazionali di stranieri, per un totale del 57,4% del totale, registrava solo il 13,2% di persone provenienti da paesi islamici non europei (marocchini e tunisini). Una composizione analoga ha la statistica 2006 sulle espulsioni: 7926 romeni, 2984 albanesi, 1887 marocchini, quindi afgani, iracheni, tunisini (688), ucraini (675), moldavi (588), serbo-montenegrini (501), nigeriani (500) e altri. Anche quanto ai reati, le statistiche indicano nei romeni, negli albanesi e nei marocchini i gruppi nazionali più inclini a commetterne. Peraltro, che dire dei tedeschi e degli irlandesi, che, fra gli stranieri, detengono il primato delle rapine in banca e negli uffici postali? Ciò rende evidente che non risultano fondate molte generalizzazioni di quelle che pure hanno corso.
Fin qui, i fatti. Come spiegare allora una così forte dissonanza fra questi e la percezione dei cittadini, specialmente in talune zone del Paese? Ha qualcosa a che fare, questa percezione, con la costruzione e la diffusione di una ideologia fondata sulla paura dello “straniero” (il “meridionale”, poi l’”africano”, poi il “musulmano”, in un continuo spostamento di attenzione sull’ultimo arrivato, quello che di volta in volta poteva destare più apprensione perché meno integrato)? Una costruzione che, avendo avuto un successo innegabile, ha attratto altri nella rincorsa? Ha qualcosa a che fare, questa percezione, con le ragioni della spettacolarizzazione crescente dell’informazione, per cui non c’è telegiornale che non si occupi ampiamente in ogni edizione di nuovi e vecchi omicidi, anche se gli omicidi, come si è visto, sono in drastica diminuzione?
La conoscenza e la discussione pubblica dei fatti aiuterebbero non solo a smascherare l'ideologia (che, cacciata con somma vergogna dalla porta nei decenni passati, sembra da qualche tempo essere rientrata senza troppi ostacoli dalla finestra), ma a individuare, oltretutto, soluzioni non estemporanee o di pura facciata, dunque inefficaci o effimere.
Storiella ebraica a mo’ di morale. Un nazista fa una sfuriata ad un malcapitato ebreo: “Disoccupazione, inflazione: tutta colpa degli ebrei!”. L’ebreo: “E dei ciclisti”. Il nazista: “E che c’entrano i ciclisti?”. L’ebreo: “E che c’entrano gli ebrei?”.
L'articolo è convincentissimo e documentato. Visto che i giornali li legge ormai solo una stretta cerchia di intellettuali e di addetti ai lavori si potrebbe concludere che l'opinione pubblica è condizionata da quello che vede e sente dire alla televisione più che dalla realtà oggettiva. Ma se è vero questo, possiamo concludere che basta snocciolare queste cifre vere nei TG e da Vespa o Costanzo per ristabilire una percezione esatta di problemi presso l'opinione pubblica? Perchè non si è fatto in campagna elettorale da chi ne aveva interesse? Penso che questa analisi non basta. Perchè, infatti, la stessa disinformazione che è stata fatta dai media in questi due anni sulle morti bianche (che, se si analizzano i dati degli ultimi 15 anni non sono affatto aumentati negli ultimi 5 e tantomeno negli ultimi due) non ha prodotto la stessa mobilitazione dell'opinione pubblica (a giudicare dai pochi voti raccolti dai partiti che si riferivano particolarmente al mondo dei lavoratori)?
Dunque il problema è, sì, quello di comunicare meglio le verità e smascherare le ideologie che stanno sotto alle campagne di stampa disinformanti e capziose ma anche, e soprattutto, di sostituire le ideologie con dei progetti convincenti e interessanti per la maggioranza dei cittadini e convincerli, con l'aiuto indispensabile di TG e Costanzi vari, a sostenerli. Non limitandosi però a proporre meno tasse! La società italiana ha bisogno di tante altre cose e deve essere interpretata meglio di quanto non si stia facendo.
Mi spiego con un esempio. Sul "Magazine" del "Corriere" del 1 maggio, compare una indagine della "Ipsos", che ha chiesto al campione di intervistati quale fosse il primo provvedimento che chiedeva al nuovo Governo. Il 27% ha indicato la sicurezza, il 26% le tasse, il 22% l'occupazione. Dunque, tre quarti della "gente" non ritiene la sicurezza una priorità, nonostante una campagna battente, mentre quasi la metà degli intervistati ritiene prioritari provvedimenti in vario modo a sostegno del reddito.
Ma allora, chi percepisce cosa?
Rinvio, per il resto, alle "grandi paure" dell'Anno Mille e dell'Ottantanove...